Rimango affascinato dagli sforzi che in vari campi della medicina si tenta di fare per la cura del dolore cronico; è davvero invalidante e comporta notevole disabilità il convivere ogni giorno (o quasi) con una parte del corpo dolente.
Il corpo può presentare un dolore cronico, per esempio, dopo un grande traumatismo (incidente, caduta, fratture multiple, malattie presenti dalla nascita, ecc) in cui i tessuti hanno subito uno stravolgimento tale da non essere più in grado di funzionare correttamente e i vari segnali che provengono dalla periferia e che si integrano nel sistema nervoso centrale a più livelli emettono quest’informazione in uscita: dolore.
Un’altra fattispecie è l’esito di processi ‘infiammatori’ ripetuti: ad esempio un’articolazione che ha fatto infiammazione-ritorno alla normalità molte molte volte può esitare in cambiamenti strutturali così importanti da comprometterne la funzionalità. Questi esiti prendono nomi diversi: artrosi, fibrosi, osteofitosi, tendinosi, protusioni, ernie, cisti, lipomi, ecc.
Veniamo ora ai casi più frequenti, quelli che si vedono tutti i giorni all’ambulatorio del terapeuta: il paziente che ha un dolore muscolo-scheletrico, insorto senza traumi evidenti; lo cura con qualcosa (farmaci, massaggi, manipolazioni, esercizio fisico), sta meglio per un pò (come succede? Leggi qui), e poi variabilmente torna ad avere male. E così per mesi e anni. Sono i pazienti che fanno la fortuna dei terapeuti, quelli che ti garantiscono la pensione.
Talvolta quel disturbo diventa un tutt’uno con il paziente: il paziente ci si identifica, diventa un’appendice senza il quale non si riesce ad immaginare; quel paziente gira gira gira in cerca di una soluzione che non potrà mai trovare. Non si rende conto che il luogo in cui cerca il rimedio è il luogo da cui sta cercando: dentro di se, in un atteggiamento afflitto, poco utile, disfunzionale in un ambito della sua esperienza di vita.
La prova? Quando la struttura corporea è sufficientemente integra basta fare un piccolo spostamento percettivo affinchè il corpo non ricominci lo stesso processo ancora una volta. Il vecchio adagio è lo stesso: fare qualcosa, qualsiasi cosa, in modo diverso.
Perchè se si continua a fare le cose nello stesso modo il corpo dovrebbe esprimere qualcosa di diverso? In un modo misterioso, la realtà che ti si propone davanti sarà sempre coerente a te stesso: se l’interno è afflitto, l’esterno è afflitto.