Sentite qua, che meraviglia; quante volte ne parliamo senza accorgerci della profondità dietro a questa parola: sintomo.
In ambito medico è qualcosa che il paziente riferisce a riguardo di un suo disturbo; qualche esempio? Il dolore, per esempio, oppure un formicolio, un bruciore, l’ansia, un fischio all’orecchio, la nausea. Spesso vengono descritti come parte di malattie e vengono associati assieme per formulare una diagnosi. Non è qualcosa che il medico può oggettivare, lo sente il paziente.
Cosa ci dice l’etimo? voce dotta⬀ recuperata dal latino tardo [symptoma], dal greco⬀ medico [sýntoma], ‘coincidenza, accidente, avvenimento fortuito’, derivato di [sympípto] ‘accadere in concomitanza, cadere insieme’ ([syn-] ‘con, insieme’ e [pípto] ‘cadere’).
Avete letto bene? Qualcosa che accade insieme a qualcos’altro, ma non è quell’altro. Cade nello stesso momento, nello stesso spazio, ma resta distinto.
Qui possiamo fare un bellissimo collegamento con le leggi biologiche (non sai di che parlo? Leggi qui): quando l’organismo entra in fase attiva oppure scioglie una tensione emotiva il processo prevede manifestazioni su più livelli: tessutali, cerebrali, emozionali, comportamentali. Il sintomo accade insieme a questo, ma non è questo. Il sintomo è sempre la superficie di una profondità, la spia luminosa sul cruscotto che si accende senza dirti esattamente cosa si è rotto sotto il cofano. E’ un’opportunità di capire come ci muoviamo nella nostra personale esperienza di vita, di rispondere alla domanda: perchè a me? E cosa fare per stare bene?
Grazie a UPAG per il suggerimento!